Il caso clinico che non puoi raccontare è spesso il più formativo

Il caso clinico che non puoi raccontare è spesso il più formativo

L'anno scorso ho accompagnato un percorso di coaching con un manager di medie dimensioni che stava attraversando una transizione difficile: aveva preso la decisione di lasciare un'azienda in cui lavorava da dodici anni per avviare qualcosa di suo, e si trovava paralizzato in una fase di preparazione che durava da quasi due anni senza che nulla si concretizzasse.

Quello che è emerso in quel percorso è stato uno dei materiali più formativi che abbia incontrato in anni di lavoro: il modo in cui la preparazione infinita funzionava come forma raffinata di evitamento, come la narrazione di "non sono ancora pronto" proteggeva dall'unico rischio reale che quella persona temeva, che era la possibilità di aver scelto male il progetto su cui stava puntando.

Quella storia non posso raccontarla. Quella persona è probabilmente riconoscibile per chi la conosce da una serie di dettagli che farebbero facilmente il collegamento. Ma il pattern che ho osservato in quel percorso, la dinamica tra preparazione infinita e evitamento del test reale, quella posso usarla. E l'ho usata in diversi contenuti, estratta dalla situazione specifica e resa abbastanza generale da diventare utile per chiunque riconosca quel meccanismo in sé stesso.

La distanza tra il caso e il principio

Ogni caso clinico o di coaching contiene due cose distinte: i dettagli biografici e situazionali della persona specifica, e il pattern dinamico che si è osservato in quella persona. Il primo appartiene alla persona e va protetto. Il secondo appartiene all'osservazione professionale e può essere condiviso, a patto di separarlo sufficientemente dal primo.

La separazione non è sempre semplice, soprattutto quando il caso è recente e i dettagli sono ancora freschi. La distanza del tempo aiuta: un caso di tre anni fa è più facile da generalizzare di uno di tre settimane. La distanza operata dall'anonimizzazione aiuta ancora di più: cambiando sesso e età, professione e contesto geografico, e tutti i dettagli non essenziali al pattern, quello che rimane è il pattern puro, che può essere condiviso senza rischio di identificazione.

L'esperienza come osservatorio professionale

Il valore dell'esperienza clinica nei contenuti viene da qualcosa che nessuna formazione teorica può produrre: l'osservazione diretta di come certi meccanismi si manifestano nella vita reale delle persone, con tutta la loro specificità e complessità.

La teoria dice che la resistenza al cambiamento si manifesta in vari modi. L'esperienza clinica dice: ho visto decine di persone che cercavano di cambiare qualcosa di importante nella propria vita, e la forma in cui la resistenza si manifestava era quasi sempre invisibile a chi la viveva, si mimetizzava perfettamente da comportamenti ragionevoli al punto da richiedere uno sguardo esterno per essere riconosciuta.

Quella osservazione, tradotta in un contenuto che non richiede di conoscere i casi specifici da cui viene, è più preziosa di qualsiasi citazione teorica. Il lettore la riconosce perché parla di qualcosa di reale, di qualcosa che ha la consistenza dell'esperienza invece che la levigatura del concetto.

Come si fa concretamente

Il processo di trasformazione dell'esperienza in contenuto passa attraverso questi passaggi: si identifica il pattern o la dinamica che si è osservata. Si verifica che il pattern sia sufficientemente comune da essere riconoscibile per un lettore esterno. Si elimina tutto quello che rimanda alla persona specifica. Si costruisce il contenuto partendo dal pattern, usando esempi che sono compositi o completamente fittizi.

Un esempio composto è una descrizione che aggrega elementi da più casi diversi, senza corrispondere a nessuno specifico. "Ho lavorato con diversi professionisti che si trovavano in questa situazione..." seguito da una descrizione del pattern è molto più etico di "un mio cliente in questa situazione..." che rimanda implicitamente a una sola persona.

La storia fittizia, quando è chiaramente presentata come tale o come esempio generico, ha il vantaggio di essere completamente libera da vincoli di confidenzialità e può essere costruita in modo da illustrare il pattern nel modo più chiaro possibile. Molti dei migliori contenuti formativi sono storie composite o fittizie basate su pattern reali: questa è una tradizione lunga in campo clinico e formativo.

L'errore come contenuto

Tra i materiali più preziosi che l'esperienza produce ci sono gli errori. I casi in cui si è capito, a posteriori, che l'approccio scelto non era il più adatto. Le volte in cui si è saltato troppo presto a una interpretazione che ha chiuso invece di aprire.

Quegli errori, raccontati con la distanza e la consapevolezza che il tempo produce, sono contenuti formativi di qualità altissima. Mostrano un professionista che riflette sul proprio lavoro, che non si posiziona come infallibile, che usa le proprie esperienze difficili come materiale di crescita. Quella postura costruisce un tipo di fiducia che i contenuti di successo non possono produrre.

La condizione è la stessa: l'errore può essere raccontato nella misura in cui non rivela la persona con cui si è fatto, che rimane protetta dalla confidenzialità anche quando l'errore è del professionista.

Domande frequenti

Cosa si può e non si può condividere dell'esperienza con i clienti?

Non si possono condividere dettagli che permettano l'identificazione del cliente: nome, caratteristiche fisiche, professione specifica, situazione familiare precisa, o qualsiasi combinazione di elementi che renda la persona riconoscibile. Si può condividere il pattern osservato, il tema, la dinamica, il processo, purché sufficientemente generalizzati da non rimandare a nessuna persona specifica.

Come si anonimizza sufficientemente un caso clinico?

Cambiando i dettagli identificativi: sesso, professione, fascia d'età, contesto geografico, dettagli della situazione specifica. Il contenuto clinico essenziale, quello che produce il valore formativo, è quasi sempre il pattern dinamico che si è osservato, più che i dettagli biografici. Rimuovere i secondi non compromette il primo.

Bisogna chiedere il consenso al cliente per condividere anche versioni anonimizzate?

Dipende dal contesto e dal livello di dettaglio. Per contenuti molto specifici, anche anonimizzati, il consenso è consigliabile. Per pattern generali osservati in molti casi diversi, la singola storia cessa di appartenere a un singolo cliente e diventa osservazione professionale. La regola pratica è chiedersi: se questo cliente leggesse questo contenuto, si riconoscerebbe? Se la risposta è sì, chiedere il consenso o anonimizzare ulteriormente.

Si può scrivere di errori fatti nel proprio lavoro?

Sì, ed è spesso il tipo di contenuto più utile e autentico. Descrivere una situazione in cui si è capito di aver sbagliato approccio, cosa ha permesso di riconoscerlo, e come si è corretto, produce un tipo di fiducia professionale che i contenuti di successo non possono generare. L'errore raccontato con consapevolezza costruisce autorevolezza.

Come si usa l'esperienza clinica nei contenuti senza cadere nella casistica?

Estraendo il principio dalla situazione invece di raccontare la situazione. L'obiettivo non è narrare un caso: è usare l'osservazione fatta in quel caso per illustrare qualcosa di più generale che il lettore può riconoscere nella propria esperienza. Il caso è il trampolino verso il principio, piuttosto che il contenuto in sé.

Marco Munich

// Marco Munich

Personal branding e sviluppo web. Sette anni nel settore, oltre duecento articoli, decine di professionisti seguiti.

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