La voce originale non si costruisce: si smette di coprirla

La voce originale non si costruisce: si smette di coprirla

Quando Luca ha iniziato a costruire la sua presenza online come counselor, ha guardato i profili di dieci colleghi che considerava punti di riferimento nel settore. Ha analizzato i formati dei contenuti, la frequenza, il tono. Ha preso appunti su come iniziavano i post, come concludevano, quali domande ponevano, quali temi trattavano più spesso.

Dopo sei mesi di pubblicazione fedele a quello schema, mi ha detto che si sentiva uno zombie dei contenuti. Pubblicava, raccoglieva feedback discreti, ma leggendo i suoi stessi post faticava a riconoscersi. Era come leggere qualcosa scritto da qualcun altro che aveva imparato a imitarlo.

Quello che Luca stava sperimentando è uno dei fenomeni più comuni tra i professionisti che costruiscono una presenza online: la sostituzione della propria voce con un'amalgama delle voci che si ammira, prodotta dall'imitazione sistematica di modelli di successo.

Come si perde la propria voce

La perdita avviene gradualmente, attraverso un processo che sembra perfettamente ragionevole. Si osserva chi funziona nel proprio settore. Si imparano i formati che generano engagement. Si adotta il tono che sembra più professionale. Si evitano le opinioni che potrebbero dividere il pubblico.

Ogni singolo passo ha una sua logica. Il risultato cumulativo è un contenuto che non appartiene a nessuno: è la voce media del settore, quella che si ottiene sommando tutti i professionisti che si imitano a vicenda e dividendo per il loro numero.

Quella voce media scivola via senza lasciare traccia nella memoria di chi legge, perché è già stata letta migliaia di volte in forme quasi identiche. Funziona nel senso che passa inosservata, e proprio per questo non crea connessioni reali e non produce riconoscimento.

La traccia del pensiero reale

Ogni professionista pensa in modo specifico. Ha connessioni privilegiate tra concetti che nelle formazioni convenzionali vengono tenuti separati. Ha osservazioni che vengono dall'incrocio tra la propria storia personale, la propria formazione teorica, e gli anni di lavoro con i clienti reali.

Quella specificità del pensiero è la materia prima della voce originale. Emerge naturalmente quando si scrive senza il filtro della preoccupazione per come sarà ricevuto, quando si descrive come si pensa davvero una questione invece di come si dovrebbe descriverla per sembrare più professionali o più accessibili o più coerenti con il tono del settore.

Silvia, operatrice di shiatsu e counselor, ha iniziato a tenere un diario di osservazioni sul proprio lavoro, senza nessuna intenzione di pubblicarlo. Tre paragrafi al giorno su quello che osservava nelle sessioni, le connessioni che vedeva, le domande che si poneva. Dopo quattro mesi, rileggendo quelle note, ha trovato un modo di pensare il corpo e le emozioni che era completamente suo: metafore specifiche, connessioni inusuali, un linguaggio che univa il registro corporeo a quello psicologico in un modo che non aveva mai visto nei testi del settore.

Quando ha iniziato a usare quel materiale come base per i propri contenuti, la risposta del suo piccolo pubblico è cambiata qualitativamente: le persone non commentavano "bellissimo" o mettevano cuori, ma scrivevano "non avevo mai pensato al corpo in questo modo" o "questo spiega qualcosa che non riuscivo a nominare."

Rimuovere gli strati di imitazione

La voce originale di solito è ancora lì, sotto gli strati di imitazione accumulati nel tempo. Il lavoro è rimuovere quello che la copre.

Un modo pratico è tornare ai contenuti scritti prima di iniziare a osservare sistematicamente i modelli del settore, se esistono: un vecchio blog, note di formazione, email a colleghi. Spesso lì c'è una voce più vivace e personale, meno levigata ma più riconoscibile.

Un altro modo è scrivere ogni settimana qualcosa che non si intende pubblicare, solo per capire come si pensa davvero quando non si sta costruendo per un pubblico. La differenza tra quel testo privato e i contenuti pubblici è spesso rivelatrice: mostra quanto si è addomesticata la propria voce nel processo di professionalizzazione della comunicazione.

La differenza tra stile e voce

Vale la pena distinguere tra stile e voce, perché spesso vengono confusi. Lo stile è l'insieme delle scelte formali: lunghezza dei periodi, uso delle maiuscole, quantità di punteggiatura, preferenza per immagini concrete o astratte. Lo stile si può imparare e si può copiare.

La voce è qualcosa di più profondo: è il punto di vista specifico su come funzionano le cose, le priorità implicite di chi scrive, quello a cui si presta attenzione e quello che si tralascia, il tipo di domande che si considera interessante porsi. La voce non si copia perché nasce dall'esperienza specifica di chi scrive, e quell'esperienza non è replicabile.

Quando un lettore dice "ho riconosciuto immediatamente che quello era un tuo post prima ancora di vedere il nome", sta parlando della voce: ha incontrato un modo di guardare le cose che ha già incontrato prima, che associa a una persona specifica, che produce una sensazione di familiarità.

Quella familiarità è il risultato di una voce coerente nel tempo. Si costruisce smettendo di imitare, tornando a come si pensa davvero, e avendo la pazienza di pubblicare quella versione più esposta e meno levigata di sé stessi abbastanza a lungo da permettere al pubblico di riconoscerla.

Luca, dopo aver abbandonato il framework dei dieci modelli osservati, ha fatto una cosa semplice: per un mese ha scritto solo di quello che lo aveva sorpreso o confuso nel suo lavoro della settimana. Senza cercare la lezione da estrarre, senza la morale finale. Solo la descrizione precisa di qualcosa che non capiva ancora del tutto. Quei contenuti incerti e parziali hanno generato più conversazioni autentiche di sei mesi di contenuti levigati. Le persone rispondevano all'incertezza, la riconoscevano, la trovavano più umana e credibile di qualsiasi risposta già confezionata.

Domande frequenti

Cos'è la voce originale in un professionista olistico?

È il modo specifico in cui quel professionista vede le cose, le connessioni che fa, i dettagli a cui presta attenzione, le metafore che usa naturalmente. Non è uno stile comunicativo: è la traccia del pensiero reale, riconoscibile perché non è intercambiabile con quella di nessun altro.

Perché molti professionisti perdono la propria voce nel comunicare online?

Perché si formano osservando modelli di successo nel proprio settore e iniziano a imitarne il tono, il formato, le formule. Nel tempo, quella imitazione diventa automatica e sostituisce il pensiero originale. Il contenuto suona professionale ma impersonale, efficiente ma non riconoscibile.

Come si ritrova la propria voce se si è persa?

Tornando ai contenuti più vecchi, scritti prima di osservare i modelli dominanti. Oppure scrivendo senza scopo di pubblicazione, per capire come si pensa davvero quando non si sta performando. La voce originale è sempre lì, sotto gli strati di imitazione: si tratta di rimuovere, non di aggiungere.

La voce originale può essere sviluppata o è innata?

Si sviluppa attraverso l'esperienza e la riflessione, ma il materiale di partenza è unico per ciascuno. Due professionisti con la stessa formazione, gli stessi anni di lavoro, le stesse letture, produrranno voci diverse perché le esperienze che hanno vissuto e come le hanno elaborate sono diverse. Quella differenza è la voce originale.

Quanto conta la voce nella scelta di un professionista da parte dei clienti?

Moltissimo, anche se spesso in modo inconscio. Le persone scelgono i professionisti non solo per le credenziali ma per una risonanza difficile da articolare: 'sento che questa persona capisce come penso'. Quella risonanza nasce dalla coerenza tra la voce del professionista e il modo in cui il cliente esperisce la propria realtà.

Marco Munich

// Marco Munich

Personal branding e sviluppo web. Sette anni nel settore, oltre duecento articoli, decine di professionisti seguiti.

[ Parliamone → ]